Dal camp Hoka a Saint-Gervais
Qualche settimana fa siamo stati invitati da Hoka a Saint-Gervais-les-Bains, ai piedi del Monte Bianco, per sbirciare l’Athlete Camp in preparazione alle gare UTMB 2025. Per alcuni giorni il brand ha riunito i suoi atleti élite, impegnati in allenamenti intensi verso UTMB, CCC e OCC. Tra loro c’era anche Francesco Puppi, trail runner, divulgatore e spirito libero della corsa in montagna. Lo abbiamo intervistato per scoprire cosa significa vivere la corsa come parte profonda della propria identità.
Intervista a Francesco Puppi
Correre non è solo uno sport: spesso diventa un pensiero, un viaggio dentro sé stessi. Oggi ne parliamo con te, Francesco: atleta, divulgatore e spirito libero del trail running. Allora, per cominciare: dove ci troviamo?
"Siamo a Saint-Gervais, in Francia, a pochi chilometri da Chamonix. Qui Hoka ha organizzato l’Athlete Camp in vista delle gare UTMB 2025."
Per chi non ti conosce ancora, ci racconti chi sei?
"Ho 33 anni e corro praticamente da sempre: la corsa mi accompagna da quando ero ragazzino. Vivo in provincia di Como e da quest’anno faccio parte del team Hoka. Questo è il mio primo camp con loro e sono molto contento di essere qui."
Ti confesso che io, nelle mie corse amatoriali da massimo 10 km, non riesco a uscire senza musica. Il ritmo mi aiuta tantissimo. Mi chiedo: come fai tu che corri ore e ore, a gestire la testa? Se io fossi senza cuffie, penso che il cervello continuerebbe a distrarmi con mille pensieri: “guarda il piede, attenta alla radice, un gatto, una farfalla, che bello… no aspetta concentrati sul sentiero”. Nella tua testa cosa succede?
"Beh, in una settimana posso correre anche più di 15 ore, quindi passo tantissimo tempo con i miei pensieri. Correre in compagnia è bello, perché puoi parlare, scambiarti sensazioni, idee, battute. Ma non capita sempre: gli sport di endurance restano molto individuali e hanno un lato introspettivo forte, che porta al contatto con sé stessi. A me piace e credo abbia forgiato il mio carattere.
Detto questo, anch’io a volte ascolto musica, ma soprattutto podcast. È un modo per imparare qualcosa, aggiornarmi su quello che succede nel mondo. Dipende dall’allenamento: se devo fare lavori specifici sono concentrato solo sul corpo e sui segnali che manda. Nei giorni di recupero, invece, è bello avere qualcosa nelle cuffie."
A proposito di podcast: tu stesso ne hai uno. Ma cosa ascolti mentre corri?
"Ascolto tantissimo i podcast de Il Post, come Morning,per rimanere aggiornato sulle notizie e sentire il loro punto di vista. Poi, ovviamente, podcast di corsa e di scienza dell’allenamento. Trovo interessantissime le interviste ad allenatori e preparatori: si impara davvero tanto. È bello che oggi l’accesso a queste informazioni sia così diffuso.
Quanto alla musica, mi piace molto l’indie rock, ma anche il jazz e la classica."
L’allenamento mentale è fondamentale: come si costruisce la concentrazione per reggere gare da 50, 80 o addirittura 100 km?
"Va di pari passo con la preparazione fisica. Allenandoti impari a entrare in contatto con la fatica, ad accettarla, a non averne paura. Normalmente, quando una persona sente fatica, la prima reazione è fermarsi. Noi invece dobbiamo imparare a non farlo, ad andare un po’ oltre quei limiti. Ma è sempre una questione di equilibrio: lo stress che dai all’organismo deve essere compensato dalla capacità di assorbirlo e adattarsi.
Personalmente trovo più difficile gestire lo stress quotidiano che quello della gara: allenamenti, logistica, la vita di tutti i giorni – fare la spesa, cucinare, relazionarsi. Non è facile tenere insieme tutto. Da quando lavoro con una psicologa dello sport sono cambiato molto: non tanto per gli aspetti di performance, ma per sentirmi meglio con me stesso e lavorare sulla mia identità."
Ti capita di pensare che la versione di te che corre sia la tua parte più autentica?
"Sì, spesso. Penso che quella sia la mia parte più autentica. Non sempre mi piace, però. Ed è una delle cose più difficili: accettare sé stessi, difetti compresi. Ci sono lati di me che vorrei cambiare, ma ho imparato anche ad apprezzarmi, sia nei punti forti sia in quelli deboli.
Per un atleta il rischio è di definirsi troppo attraverso lo sguardo degli altri, i commenti, i risultati. Ma non è sano. Bisogna bastare a sé stessi: avere ambizione, certo, ma saper essere soddisfatti di quello che si fa. Alla fine siamo atleti, ma siamo umani."
È la corsa che trasforma te o sei tu che trasformi la corsa?
"Entrambe le cose. La corsa è parte della mia identità e ha forgiato il mio carattere, perché ho passato tanto tempo a farla. Ma con l’esperienza il mio modo di correre è cambiato: è diventato più consapevole, più solido."
Alcuni atleti dedicano chilometri a persone care. Lo fai anche tu?
"Non ho mai pensato di dedicare un chilometro specifico a qualcuno, ma in gara penso spesso a persone importanti per me: chi mi supporta, chi mi è vicino. Anche solo con una presenza silenziosa, mi danno forza e mi mettono nelle condizioni migliori per esprimermi. Di questo sono grato."
Immagino che gli imprevisti in gara siano inevitabili. Ce n’è stato uno che ti ha segnato?
"In gara bisogna accettare che non sempre le cose vadano come le hai programmate, che non sarai sempre nella posizione che avevi immaginato e che non ti sentirai sempre bene come speravi. È la natura delle competizioni: porti il corpo all’estremo ed è inevitabile che diventi difficile.
A me è capitato più volte di sbagliare percorso, di finire fuori traccia: in quei momenti la prima reazione è panico – “Oddio, la gara è finita, come rientro?”.
Un episodio in particolare è stato alla OCC dello scorso anno: a metà gara ero quarto, ho perso la traccia e in pochi minuti mi sono ritrovato nono. All’inizio smarrimento e panico, poi quell’errore è diventato la spinta per recuperare. Alla fine sono arrivato secondo. Col senno di poi il distacco dal primo era più o meno lo stesso tempo perso, ma con i “se” e con i “ma” non si fanno le gare."
C’è stata una gara in cui hai pensato davvero di mollare?
"Sì, la mia prima 100 km, la Canyons in California. Intorno al 60° km ero in testa, ma già molto stanco. Mancava praticamente una maratona alla fine, e solo l’idea sembrava insormontabile. In quei momenti il corpo ti manda segnali fortissimi per fermarti. Non so come, ma alla fine riesci ad andare avanti."
In quella gara ti avevano anche dato tempi sbagliati sugli avversari.
"Sì, verso metà gara mi dissero che il distacco era più ridotto di quello reale. Quindi ho spinto forte per cercare di allungare. Da un lato è stato motivante, dall’altro frustrante: “Sto correndo così bene, possibile che il vantaggio non cresca?”. Poi ho scoperto che il gap era molto più ampio. Alla fine ho chiuso con 22 minuti sul secondo e 40 sul record del percorso."
Sei laureato in Fisica: c’è un principio che descrive bene la corsa in montagna?
"Tutto è fisica, in fondo. Un principio che mi viene in mente è quello della conservazione dell’energia: nulla si perde, si trasforma. O quello della quantità di moto: se sfrutti l’inerzia della discesa per affrontare l’inizio della salita, spendi meno energia. È qualcosa che tutti facciamo, magari inconsapevolmente."
Dopo una stagione così intensa, quanto tempo ti prendi di pausa totale?
"Finite le gare, a fine stagione, mi prendo circa tre settimane, non del tutto ferme: dopo pochi giorni mi viene voglia di uscire, magari in bici o a camminare. Ma senza programmi, senza tabelle. Ci sono anche giorni di riposo totale e va bene così, senza sensi di colpa."
Ultima domanda: se potessi mandare un messaggio al te stesso prima della tua prima gara di trail, cosa gli diresti?
"Di credere di più in me stesso. Di bastare a me stesso. È un aspetto su cui ho faticato molto. Ogni esperienza ha valore, prima di tutto personale, ed è importante riconoscerlo."
Grazie Francesco. Vuoi salutare la community di DF Sport Specialist?
"Un saluto da Saint-Gervais… e continuate a correre i vostri sentieri!"
Con Francesco Puppi non si parla solo di corsa. Le sue parole raccontano molto di più: la fatica come occasione di crescita, la ricerca dell’equilibrio tra ambizione e accettazione, l’importanza di sentirsi autentici anche quando non tutto va come previsto. In lui la corsa non è soltanto performance, ma anche introspezione, scienza, curiosità. È una chiave per conoscersi e per cambiare.
Un messaggio che arriva forte a chi corre ogni giorno per sfidare sé stesso, che sia in montagna o nel parco sotto casa: la corsa non è mai solo chilometri, ma un modo per trasformarsi, restando fedeli a ciò che si è davvero.